Anfiteatro LECCE
Il concept attorno a cui ruota tutto il corpus è il corpo, dal momento del concepimento-nascita, ai coinvolgimenti relazionali e sociali. Questa indagine viene attivata attraverso l’immissione di oggetti incongrui ( oggetti industriali ) nel ritmo urbano a diretto contatto con la collettività e con gli spazi in cui essa quotidianamente vive, con le sue abitudini e le sue necessità. Nel primo e secondo ciclo è fortemente evidente questo interesse ad avere un contatto con un pubblico plurale ed instaurare, così, un rapporto di comunicazione più vivo e diretto tra arte e pubblico e catturare l’interazione della collettività, in un coinvolgimento non allertato, con quegli spazi urbani in cui sarà inevitabilmente coinvolta, sollecitando comportamenti che portano il cittadino a non essere spettatore passivo ma attore vivo. Le forme collocate all’interno della «scena urbana» estranei al contesto, sono dinamici tentativi di rottura di equilibri indotti artificiosamente, che determineranno una interferenza col sistema e il rapporto individuo-ambiente. La nuova configurazione dello spazio porterà a svelare una nuova situazione e indurrà l’individuo a una serie di operazioni sensoriali e simboliche che esprimono, da un lato la crisi di disadattamento ambientale e dall’altro la rottura di equilibri precostituiti. Questo tipo di contatto con la collettività apre un rapporto di comunicazione più vivo e diretto tra arte e pubblico attivatore di esperienze comunitarie inducendo un interesse-preoccupazione a dimostrazione di come quel luogo pubblico è anche percepito come luogo privato. La performance del terzo ed ultimo ciclo rappresenta il racconto finale di tutto il progetto e si consumerà lontano dal centro urbano ma non per questo lontano dal quel legame con l’architettura urbana, infatti, non a caso, la scelta di un capannone industriale colmo di materiale edile (polveri sabbiose bianche) rappresenta comunque elemento principale e indispensabile per l’edificazione, questo legame è reso ancora più forte dalla presenza di macchine industriali che con il loro assordante rumore meccanico movimenteranno quel materiale all’interno del capannone. Solo dopo che le macchine si fermeranno riportando un improvviso silenzio un gruppo di 16 figuranti farà ingresso, come un plotone di esecuzione, si disporranno l’uno di fronte all’altro e distribuiranno della finissima polvere bianca nell’area circostante. La polvere viene estratta da un’urna in porcellana, che ciascuno dei figuranti sostiene tra le mani e sulla quale l’artista ha lasciato un intervento indelebile, pittorico ed astratto che la caratterizzerà singolarmente. L’atto di spargere la polvere sarà condotto in modo lento e sincronico e nel massimo silenzio dopo qualche minuto di attesa poseranno i contenitori e lasceranno la scena a chiunque desideri interagire con lo spazio e gli oggetti in esso.
L’artista Raffaele Quida decide di installare all’interno dell’Anfiteatro romano, monumento simbolo della città, una classica pensilina per la fermata di un autobus cittadino in disuso. Un “oggetto” sarà pertanto prelevato dal suo attuale luogo di “conservazione” – un deposito dell’azienda dei trasporti urbani della città – e decontestualizzato all’interno di uno scenario dall’alto valore metaforico e culturale. Simbolo dell’antica e gloriosa storia leccese, oggi l’anfiteatro è un luogo di aggregazione sociale e culturale durante i mesi primaverili ed estivi poiché è utilizzato dall’amministrazione comunale per ospitare concerti e spettacoli teatrali. Decontestualizzare un oggetto, cancellarne la sua funzione – “sala d’aspetto temporanea en plein air di un autobus” – avviare un cortocircuito tra epoche, afflati culturali e percezioni: Quida con quest’intervento stimola l’attenzione collettiva, sollecita uno sguardo nuovo del pubblico all’interno dello scenario conosciuto del centro storico di Lecce, favorendo attimi di stupore e di interazione (Lorenzo Madaro)
Piazza del Ferrarese BARI
Bari, Piazza del Ferrarese, 31 maggio 2016, ore 9. La grande spianata di pietra chiara che fa da raccordo tra il moderno centro murattiano e la città vecchia – luogo di passaggio diurno e fulcro di una vivacissima movida serale – inizia a costellarsi di strani intrusi. Da un camion, tra qualche sguardo incuriosito, vengono scaricati grandi contenitori in plastica bianca trasparente, cisterne squadrate che si intuisce accolgano una sostanza liquida. Sono dodici, prendono posizione in diversi punti della piazza, a comporre un paesaggio di straniante esattezza. L’impassibile allure duchampiana della loro evidente oggettualità industriale si carica di valore aggiunto, la struttura geometrica suggerisce un’aura di allucinazione estetica che rinvia ad una moderna tradizione di minimalismo plastico. Pian piano la routine giornaliera incalza. Il flusso della gente aumenta. Abitanti del posto, turisti, semplici passanti, si trovano loro malgrado a fare i conti con questa pacifica invasione aliena, che ne distrae i percorsi, attira l’attenzione, modifica la percezione del luogo. Qualcuno tira dritto, preso dai suoi pensieri e dalla fretta. Qualcun altro si ferma, sembra interrogarsi. Alcuni, più coraggiosamente, fanno domande o commenti ad alta voce. L’artefice di questa tranquilla azione di disturbo, Raffaele Quida, è lì che osserva, registra le scene, raramente interviene. Come un ricercatore impegnato in un esperimento socio-scientifico, cerca di carpire i comportamenti e le reazioni della gente, analizza le dinamiche fisiche, psicologiche e relazionali che si instaurano. Pochi capiscono la natura artistica dell’intervento, ma proprio questo è il punto: l’obiettivo dell’operazione fa leva proprio sull’effetto sorpresa, sulla capacità di attivare un incontro non previsto che obblighi ad un “percorso differente”. La decontestualizzazione di elementi appartenenti a contesti diversi, in una sorta di ready made su larga scala, crea infatti una rottura di vecchi equilibri per generarne altri. Come in un détournement assistito, dove la deriva psico-geografica di situazionista memoria è indotta e eterodiretta senza coscienza dell’interessato, il risultato analogo è di far esperire l’habitat urbano in modo nuovo. Interrompendo per un momento la routine quotidiana e provocando un più attivo ripensamento dei rapporti tra se stessi e l’ambiente intorno. Esistenze frettolose e inconsapevoli entrano in frizione con il contesto. Flussi mentali e fisici sono distolti dall’ordinario. Corpi, spazi, tempi sono messi in connessione, privato e pubblico interagiscono. E’ questo uno dei punti chiave della ricerca di Raffaele Quida, al di là dei variati linguaggi con cui si esprime. Al centro, insieme alla dialettica spazio-temporale, c’ è sempre la condizione esistenziale, la tematica universale del nostro “esserci” ed “essere al mondo” – per dirla con Heidegger. Inscindibile però dall’interesse per la relazione tra noi e gli altri, con riguardo alle criticità di un contesto attuale, attraversato da nuove solitudini e omologazioni. In questo complesso lavoro a più tappe, una presenza tanto più forte quanto testimoniata per assenza è proprio il corpo umano, colto nell’inesorabile sviluppo del suo ciclo vitale. In particolare è il momento del concepimento e della nascita ad essere suggerito dalle cisterne baresi, contenenti un liquido analogo a quello amniotico. Come grandi incubatori artificiali i dodici recipienti si fanno rimando simbolico alla gestazione, ad un inizio gravido di possibilità. Ad un’esistenza in nuce che maturamente dovrà fare i conti con le modalità di interazione sociale, i passages della folla urbana di Baudelaire. Una relazione a cui alludeva anche la pensilina per autobus collocata da Quida nell’anfiteatro romano a Lecce, “scandaloso” accostamento che ha segnato l’inizio del progetto “Continuum”. Fino all’ inevitabile approdo ciclico ad un finis vitae. La Morte messa in scena con metaforico rituale nella terza tappa performativa in un grande e suggestivo capannone industriale a Taranto. Il divenire dell’uomo è dunque dispiegato con valenza di riflessione sottilmente eversiva che traspare sotto l’irrinunciabile eleganza formale, all’interno di una più specifica specula- 34 zione “sulle dinamiche di spaesamento tra spazio pubblico e realtà percepita”, come spiega l’artista. A questo punto l’esperimento barese può dirsi concluso. Sono le 13.30, l’azienda che aveva messo a disposizione i container torna a riprenderli. La piazza ripiomba nel suo assolato, trafficato e un po’ apatico tran tran. Molte domande restano nell’aria. E qualche prevista polemica mediatica sulle reazioni all’evento le prolunga e amplifica. La mostra finale a Milano serve a documentarne le tracce, a raccontare il progetto nella sua interezza. E ad arricchirlo, con inediti contributi, di ulteriori letture ed interpretazioni… (Antonell Marino)
Performance TARANTO
Da tempo la pratica artistica di Raffaele Quida si pone la questione di indagare l’interazione degli esseri umani con oggetti e immagini, con fenomeni della realtà, sia vissuta che immaginata. Sposta sapientemente l’attenzione non soltanto sul modo in cui gli oggetti e le immagini possono modificare il nostro comportamento, ma soprattutto sulla formazione di una “relazione simbolica” con l’ambiente culturale, artificiale e naturale. Rivendica l’idea di un “potere” delle immagini e degli oggetti al di fuori del materialismo diffuso e “prosaico” della vita quotidiana: un potere visivo che affida importanza al tatto, alla visione e all’interpretazione. Nell’ambito di tale prospettiva l’azione pensata da Raffaele Quida nella città di Taranto rappresenta un esempio di “emanazione” proiettiva della psiche non più solo individuale ma collettiva. Quest’azione è la terza tappa di una trilogia performativa, intitolata Continuum, svolta in tre differenti luoghi (Lecce, Bari e Taranto). A Taranto coinvolge sedici partecipanti, o meglio “figuranti”, che si muovono in silenzio, con passi lenti e cadenzati, come attori di una cerimonia rituale, all’interno di un grande capannone industriale pieno di polvere bianca. I sedici figuranti, entrando nel capannone, si dispongono in fila l’uno accanto all’altro e distribuiscono della finissima polvere bianca nella zona di fronte a loro. Ciascun figurante estrae la polvere da un’urna in porcellana che sostiene tra le mani. Sulla superficie bianca e candida dell’urna l’artista ha tracciato un intervento pittorico astratto, una sorta di segno singolare o carattere della diversità del singolo. L’atto di spargere la polvere è condotto in modo sincronico, e nello stesso tempo immediato, senza esitazione. Al termine della performance il gruppo dei figuranti posa le sedici urne, e si allontana in silenzio dal luogo dell’azione. L’intera performance, misurata e austera, senza racconto o “dilatazione” scenica, appare come un momento simbolico sintetico, istantaneo, privo di retorica. Attesta un gesto di natura catartica carico di rimandi ai riti di purificazione o a certi atti propiziatori. Tuttavia può anche essere letta come una promessa di rinascita, o meglio come un momento unico rigenerativo per la creatività umana che vede dialogare la materia con lo spirito, il gesto del corpo con la mente. Quida inoltre si concentra sulla relazione tra l’uomo e lo spazio ambientale, pubblico. Le sue azioni rappresentano sempre un’esperienza comunitaria. Per lui è fondamentale la partecipazione dell’essere umano. Il luogo pubblico e il luogo privato sono segnati da gesti che rimarcano una dinamica tanto fisica quanto mentale. La polvere cosparsa lentamente dentro il capannone industriale colmo di materiale edile (i cumuli di sabbia bianca sono come un deserto di graniglia calcarea) rimanda alla purezza e alla trasfigurazione di sapore alchemico. Anzi l’atto silenzioso e concentrato dei figuranti fa da contraltare al rumore ossessivo e invadente delle macchine industriali per la preparazione del materiale edilizio: la scena acquista un carattere mitologico che riporta alla mente la rinascita dalle proprie ceneri dell’Araba Fenice (entità ibrida mitologica). Non mancano possibili proiezioni visionarie, come quelle nella “zona” enigmatica del film Stalker di Andrej Tarkovskij. La performance di Quida a Taranto corrisponde all’ultimo momento di un percorso scandito in tre atti, messi in relazione con tre città. Un singolare percorso che passa dalla nascita (o tema del concepimento) ai motivi divino/ cosmologici della scomparsa e della rigenerazione. È un itinerario visivo del sensibile perennemente in bilico tra la sfera biologica del vivente, da una parte, e l’apertura culturale e immaginaria dall’altra. Alla nascita fa allusione l’intervento di Bari, per il quale alcuni grandi contenitori industriali abitano momen- 32 taneamente la Piazza del Ferrarese e interferiscono con la scena urbana, catturando l’attenzione dei passanti per il loro contenuto biologico: cioè il “liquido amniotico”. Le cisterne diventano degli ambienti intimi “embrionali”, stazioni del nostro patrimonio biologico, poste come contenitori dell’inizio della vita. Mentre a Lecce, primo atto del percorso, Quida si sofferma sui processi relazionali e sociali. Nell’Anfiteatro romano, luogo simbolo della città di Lecce, una pensilina in disuso per la fermata dell’autobus cittadino appare in modo incognito e contrastante. Qui la presenza della pensilina nell’arena dell’anfiteatro sollecita lo sguardo della comunità e suscita uno stato di spaesamento. La decontestualizzazione porta lo spettatore a fruire direttamente la pensilina e a creare un contatto con essa. Un’indagine che mette in gioco un rapporto con l’elemento inaspettato ed estraneo. Lungo l’intero percorso dei tre atti, Quida impiega oggetti “incongrui” (oggetti industriali), inconsueti rispetto all’immaginario collettivo ordinario, dentro la sfera urbana o negli spazi quotidiani, scanditi dalle abitudini e dalle necessità della gente. L’artista stesso dichiara: “Nel primo e secondo ciclo è evidente il mio interesse ad avere un contatto con un pubblico plurale, e instaurare un rapporto di comunicazione più vivo tra arte e pubblico, catturando l’interazione della collettività, sollecitando comportamenti che portano il cittadino a non essere spettatore passivo ma attore vivo. Le forme collocate all’interno della «scena urbana» sono estranee al contesto, sono tentativi di rottura di equilibri indotti artificiosamente, che determinano una interferenza col sistema e il rapporto individuo-ambiente”. Ciò che gli preme è veicolare attraverso questi interventi nuove letture riferite ai contesti in cui viviamo o ai luoghi dove operiamo. Come anche produrre operazioni artistiche sensoriali e simboliche che esprimano sia il senso del vivere quotidiano sia ambientale, attraverso un’interferenza (Michela Casavola)
Museo MUMI MILANO
Al secondo piano del suggestivo spazio milanese collocato sul Naviglio Pavese, una ex fabbrica
di mattoni, Raffaele Quida ha allestito un altro suo progetto – definibile come site specific – articolato sempre sul forte
tema della relazione. Nel caso di questo intervento artistico l’interazione si concretizza tra due differenti spazialità
geolocalizzate, in un determinato periodo di temporale.
Alcune carte fotosensibili, collocate sugli infissi del piano alto della Ex-Fornace, interagiscono con la luce
diretta che entra dalle ampie finestre ma recano già una traccia precedente.
Collocate nei mesi precedenti alla mostra milanese in uno spazio industriale vicino al luogo di residenza dell’artista,
esse raccontano già la “storia della luce” del luogo da cui provengono. Una lontananza significativa, come quella del
territorio che si frappone tra Lombardia e Puglia, che si annulla nella luce stessa – la cui velocità supera in pochi secondi
lunghi tragitti – ponendo in relazione luoghi architettonicamente e geograficamente distanti tra loro. Un’operazione
artistica al tempo stesso emotiva e simbolica che ben si colloca nel solco di ricerca d’interconnessione, già delineato
dall’artista con il progetto Continuum (Alessia Locatelli)
02 The Book
- Prefazione
- Progetto di paesaggio. Arte e città
- Un progetto osmotico
- Terzo atto di una visione
- Cronaca di una temporanea occupazione
- Lecce, Anfiteatro romano
- Performance Taranto
- Installazione ambientale Bari
- Installazione ambientale Lecce
- Geolocalizzazioni - Carte foto-sensibili
